Alcuni articoli pubblicati in occasione della presentazione del volume
Agostino Casaroli uomo del dialogo di Alceste Santini

 Il violinista della Ostpolitik - Un ritratto del cardinale Casaroli
di MARCO POLITI
la Repubblica/fatti: (19 dicembre 1993)


Un tempo, quando era segretario di Stato, c'era chi in Vaticano lo chiamava "Lagostina" per il suo auto-controllo degno di una pentola a pressione. Ma la definizione migliore di Agostino Casaroli l'ha data (tramanda la leggenda) lui stesso: "Se altri impugnano le trombe, io mi limito a suonare il violino". A o-recchi fini, avrebbe soggiunto, la melodia arriva lo stesso.
Simili battute non bisogna cercarle nel libro che Alceste Santini dedica al cardinale (Agostino Casaroli, uomo del dialogo, San Paolo editore), perché a forza di frequentare da veterano vaticanista i palazzi apo-stolici anche lui è diventato un po' monsignore, lontano dall'ombra più vaga di irriverenza. Ma Santini, corrispondente vaticano dell'Unità, è un biografo che ha un punto in più: per decenni è stato anch'egli uomo del dialogo e come un'ape attenta e sensibile ha fatto la spola tra Botteghe Oscure e il Portone di Bronzo, tra i Cremlini dell'Est e i palazzi apostolici, pronto a guadagnare spazi per un rapporto libero tra religione e socialismo, nella visione europea che animava Enrico Berlinguer. Grazie ai suoi buoni uffici, Dubcek e i leader dei movimenti di liberazione africani vennero ricevuti da Giovanni Paolo II in Vaticano e, all'ultimo momento, furono anche appianate le difficoltà di protocollo per lo storico incontro tra Gorba-ciov e Casaroli a Mosca.
Si è molto scritto in tempi recenti sulla diversità di approccio politico e di "visione" fra papa Wojtyla e il cardinale Casaroli, ma quanto più si considera in termini storici la fase complessa tra il 1960 e il 1989 tanto più si è portati a valutare in termini di gran respiro l'azione internazionale della Chiesa cattolica. Ciò che dà ancora oggi alla Santa Sede un ruolo di "potenza" è, oltre alla significanza religiosa, il fiuto secolare nel cogliere i mutamenti della storia. Ciò si esprime in una enorme capacità di lavoro, di selezio-ne delle informazioni, di ascolto, di non-precipitosità, di abilità nel fare pressione sul punto giusto come un lottatore di judo, che solleva l'avversario con il minimo sforzo.
Nel lungo processo che dalla distensione degli anni Settanta arriva alla perestrojka gorbacioviana e al crollo dei regimi comunisti, la Santa Sede ha saputo agire come fattore di abbassamento della tensione e, al tempo stesso, di lenta erosione della corazza totalitaria. Lo stesso Wojtyla, se come Davide ha saputo usare la fionda al momento giusto, è stato molto più cauto e gradualista di quanto si immagini. Nel pano-rama di questa lunga evoluzione Agostino Casaroli, il porporato piacentino, spicca certamente come uno dei grandi protagonisti della diplomazia internazionale. Lieve e garbato come un violinista di Chagall ha volato tra Budapest e Mosca, Praga e Varsavia, Cuba e Hong Kong, tessendo rapporti e strappando con-cessioni. Non per vivere alla meno peggio, ma nello spirito di una illuminante definizione di papa Monti-ni: "Quando il diritto è riconosciuto, anche se non osservato, ha una forza in sé".
L'89 fu frutto di miracolo (e di spallate) o di lavorio paziente? "Vorrei esprimere la convinzione", spiega pacatamente il porporato, "che, anche nel campo dell'agire umano, Dio si attenga ad un criterio non dis-simile da quello seguito nel campo dei fenomeni naturali: lasciando all'uomo di procedere responsabil-mente secondo la propria natura, che comporta intelligenza, ragione, libertà sotto l'impero della norma morale... ". Agli orecchi fini il cardinale dedica oggi anche un'altra nota: "Sbaglierebbe chi dai rivolgi-menti (dell'89) deducesse semplicisticamente e acriticamente, che avendo un sistema messo a nudo le proprie inconsistenze, il sistema opposto ne resta dunque automaticamente giustificato". Papa Wojtyla non la pensa diversamente.

Casaroli: caro vecchio comunismo
di LUIGI ACCATTOLI
Corriere della sera, mercoledi, 22 dicembre 1993

Esce la biografia dell'ottantenne cardinale, ex segretario di Stato. Che abbandona il riserbo diplomatico
TITOLO: Casaroli: caro vecchio comunismo - In quell'utopia estremista c'erano valori di solidarietà e giustizia oggi difficili da costruire - La rivoluzione d'ottobre ha portato il marxismo su un piano staccato dalla realtà - Quel mondo si fondava su basi inaccettabili - Ma il suo crollo ha portato nuovi sconquassi.

ROMA - "Ci è quasi spiaciuto il fallimento del comunismo, il suo completo fallimento voglio dire, per-ché in quel sistema c'erano errori fondamentali, ma c'erano anche valori di solidarietà e di giustizia, pur-troppo inseriti in un'utopia estremistica, valori che però oggi è difficile costruire". Così il cardinale Ago-stino Casaroli, che è stato per trent'anni tra i massimi responsabili del Vaticano, riassume la sua reazione di uomo alla caduta del muro comunista.
Finalmente parla con il cuore in mano, dopo una vita di riserbo diplomatico. Compirà ottant'anni l'anno prossimo, ne ha passati 53 nella Segreteria di Stato vaticana, da un triennio ha lasciato ogni incarico.
E l'altra sera, presso la Comunità di Sant'Egidio, a Trastevere, c'erano duecento tra curiali, diplomatici, giornalisti e giovani della comunità che gli chiedevano di "dire qualcosa". Era stato presentato un volume del vaticanista dell'"Unità", Alceste Santini, che contiene insieme ai discorsi degli ultimi quattro anni, molte sue risposte alle domande dell'autore (Agostino Casaroli. Uomo del dialogo, Edizioni San Paolo, 361 pagine, lire 34.000).
Ma non è un libro intervista, precisa il cardinale con quello scrupolo di non dare interviste, che non lo la-scia neanche quando le dà: "I giornalisti sono bravissimi a farti dire, meglio di quanto non abbia fatto tu, quello che vogliono dire loro". Assicura però che Santini è stato "fedele ".
Santini paragona Casaroli al cardinale Ercole Consalvi, che fu segretario di Stato al tempo della rivolu-zione francese, di Napoleone e del Congresso di Vienna, e Casaroli non rifiuta il confronto: "A nessuno dispiacerebbe il paragone con il cardinale Consalvi". E trova "molti punti di somiglianza" tra ciò che eb-be a fare Consalvi con il mondo seguito alla rivoluzione francese e quanto è toccato fare a lui, per coman-do di tre Papi (Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II), con il mondo uscito dalla rivoluzione d'ot-tobre.
Ma insieme alla somiglianza c'è la differenza: "I principi di libertà della rivoluzione francese, dopo la temporanea eclissi della restaurazione, sono stati recuperati e sono restati, perché partivano da una esi-genza reale e a questa sono restati legati. Mentre la rivoluzione d'ottobre, che pure partiva da una base re-ale, ha preteso di porre i suoi principi su un piano di utopia che si è staccato dalla realtà".
Quel distacco dalla realtà ha provocato, secondo Casaroli, il crollo del comunismo. A preparare quel crol-lo egli stesso aveva lavorato, ma non l'immaginava così rapido, sperava in una gradualità che permettesse di salvare il salvabile: "Talvolta mi chiedo se non sarebbe stato possibile, con una maggiore saggezza po-litica e il coraggio dei responsabili di quei Paesi, avviare una graduale liberalizzazione in modo da evitare lo sconquasso. Mi dispiace che sia stata forse perduta un'opportunità storica".
E non c'è solo, per il cardinale, l'appannamento dell'ideale di giustizia, tra le conseguenze del crollo co-munista e lo "sconquasso" dei Paesi che l'hanno vissuto. Ne è venuto anche uno squilibrio del mondo di cui il cardinale parla più volte, nel volume: "Non tutti giudicano un bene che gli Stati Uniti siano rimasti come unica grande potenza mondiale senza un contrappeso", spinti cioè "a dominare incontrastati il mondo, anche senza volerlo".
Casaroli, che ha passato la vita a studiare i sistemi dell'Est, è come affascinato "dall'immane sforzo del comunismo sovietico per sostituire l'antica con una nuova società". E trova in esso qualcosa di unico, ri-spetto a tutta la storia politica del mondo: "Vi è forse un solo sistema che abbia consapevolmente cercato e sia purtroppo riuscito a unire i grandi principi (grandi non vuol dire sempre giusti) con le loro concrete conseguenze. Ed è il marxismo".
Insomma: il "pugno di ferro" per dare applicazione all'idea di giustizia. Il giudizio negativo di Casaroli su quello sforzo è fuori discussione: "Era fondato su basi false sul piano ideologico, inaccettabili sul pia-no della libertà e molto fragili e discutibili su quello della vita economico sociale".
C'era un "aspetto di irrealtà" così evidente nei sistemi comunisti, aggiunge Casaroli, che era evidente l'impossibilità della loro riuscita: "Devo dire che fin dai primi contatti con il cosiddetto socialismo reale ho avuto l'impressione che tale esperimento non avrebbe avuto alcun futuro, poiché altro non era che un'utopia".
Eppure i rivolgimenti del 1989 hanno colto di sorpresa il mondo, compreso il Papa polacco e il suo segre-tario di Stato: "Erano imprevedibili nella misura, nei modi, nella rapidità e nella globalità con cui si veri-ficarono". E adesso? Secondo Casaroli, e il Papa slavo lo sta facendo con impegno, occorre spiegare al-l'Occidente che la sconfitta del comunismo non consacra la sua vittoria: "Sbaglierebbe chi concludesse acriticamente che, avendo un sistema messo a nudo le proprie inconsistenze, il sistema opposto ne resti automaticamente giustificato".
Se non si vuole che il "pendolo" della storia continui a "oscillare pericolosamente" tra la dittatura e lo sfogo degli egoismi, occorre dare "soddisfacente risposta" alle "esigenze congiunte e in qualche modo contrapposte della giustizia e di una giusta libertà".
Fin qui il Casaroli pensiero, come l'ha riassunto lui stesso l'altra sera e come l'abbiamo integrato con le dichiarazioni riportate nel volume. Nel quale però c'è del l'altro, perché c'è stato molto altro nella vita del cardinale. Il suo rapporto con cinque Papi, la sua vocazione di prete, la passione per la musica classica (primo autore Bach), l'apostolato con i ragazzi di un carcere minorile di Roma e una casa di accoglienza creata per loro.
Casaroli era chiamato scherzosamente in Vaticano, anni fa, "l'arcivescovo di Lima"", per la pignoleria con cui limava i testi di superiori e subalterni. Ha ricordato quell'epiteto l'altra sera e il motto di Pio XII: "Dobbiamo fare attenzione alle parole, perché sono la nostra arma". E il cardinale Tardini che diceva: "Bisognerebbe starci due ore su una parola".
Ha confessato d'aver imparato da Pacelli lo scrupolo per la scelta di un termine. E ha citato il caso para-dossale del sostituto Montini che aveva preparato il famoso discorso sulla guerra: "Nulla è perduto con la pace, tutto è perduto con la guerra". E Pio XII che pensò, pregò e corresse: "Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra".
Conclusione di Casaroli, più pignolo di tutti: "Non era ancora arrivata l'arma nucleare. Allora aveva ra-gione Pio XII, ma oggi avrebbe ragione il sostituto Montini".

 

 

pag. 1 - 2

 

  home | il Cardinale | le Pubblicazioni | la Rassegna Stampa | l'Associazione | i Convegni | i Links
 
Web-design LTT